In questa conversazione piuttosto intima, Desirée condivide con noi la sua vita tra due mondi: la sua identità professionale e il suo ruolo di madre, il suo passato in Brasile e il suo presente a Pamplona. Desirée descrive il peso emotivo di crescere una famiglia lontano da casa, riflette sulla multiforme natura della propria identità e sui diversi modi in cui si sviluppa il nostro senso di appartenenza ad un luogo.
LA MATERNITÀ IN CONTESTI MULTICULTURALI, L’IDENTITÀ IN DIVENIRE E L’ESSERE RICONOSCIUTE OLTRE GLI STEREOTIPI
Desirée e la sua famiglia mi accolgono nella loro casa in una fredda ma soleggiata domenica mattina di marzo. Ci riscaldiamo con un caffè e un assortimento di pasticcini, assaggiati con cura uno ad uno nella nobile ricerca del più buono di tutti... ricerca che si conclude col finirli quasi del tutto senza però giungere ad un verdetto. Tutto ciò, sotto lo sguardo divertito di un bambino di 9 mesi che sorride tra le braccia della mamma. Un accogliente preludio alla conversazione che si sta per svolgere…
Ciao Desirée, grazie per esserti resa disponibile per questa intervista. Puoi parlarmi un po' di te?
Mi chiamo Desirèe e vengo da San Paolo, Brasile. Sono una psicologa, madre di due figli e vivo a Pamplona da quasi quattro anni.
Cosa ti ha portato qui a Pamplona?
Oh, è una storia lunga. Quando è scoppiata la pandemia il Brasile è stato colpito duramente, è stato un periodo difficile.
Nostro figlio maggiore stava crescendo, aveva 12 anni, e desideravamo davvero che vivesse l'esperienza di un soggiorno all'estero, incontrando persone nuove ed imparando un'altra lingua. Noi in realtà avevamo già vissuto a Pamplona nel 2010, e dato che sia io che mio marito lavoriamo online, abbiamo deciso di tornare. Avevamo degli amici qui, e amiamo questa città, quindi abbiamo pensato di trasferirci per qualche anno dando l'opportunità a nostro figlio di vivere a Pamplona. Con l’idea di tornare in Brasile dopo qualche anno. Questo era il nostro piano.
Parlami dei tuoi figli, hai due maschi…
Sì, ho due figli maschi. Uno ha 16 anni e l'altro nove mesi.
Una grande differenza d’età…
Sì, in realtà abbiamo provato per quasi 10 anni ad avere il secondo, abbiamo fatto molti trattamenti in Brasile. Dopo così tanto tempo avevamo rinunciato all'idea di avere un altro bambino. Ma passati due anni qui a Pamplona, ho iniziato a sognare un maschietto. Non so se credi nella magia, ma io sì.
Ho iniziato a sognare mia madre, che non c'era più, e che lei mi dava in dono questo bambino. Così ho detto a Rodolfo che forse avremmo dovuto provarci ancora una volta. All'inizio si è rifiutato. Eravamo entrambi traumatizzati dalle esperienze passate, da tante delusioni. Ma alla fine abbiamo deciso di fare un ultimo tentativo.
E così è arrivato il secondo.
Quindi il piccolo è nato qui…
Sì. È pamplonese, un ‘Pamplonica’.
Beh, anche solo per questo motivo, trasferirsi in Spagna sembra essere stata un'ottima idea, no?
Sì, esattamente. Ora so perché sono venuta qui.
Quindi il tuo primogenito è cresciuto principalmente in Brasile, mentre il più piccolo è nato qui. Crescono a cavallo tra due culture, in una famiglia brasiliana ma vivendo in un ambiente spagnolo. Come gestisce questa situazione la vostra famiglia?
Sai, una cosa che mi è successa da quando mi sono trasferita è che mi sento ancora più brasiliana, non so perché. Sono più orgogliosa delle mie tradizioni, delle nostre canzoni, del modo in cui cresciamo i bambini. Noi, come famiglia, continuiamo a fare quello che abbiamo sempre fatto... Cuciniamo e ceniamo insieme, puliamo la casa insieme, viaggiamo insieme. Parliamo portoghese e leggiamo le notizie del nostro Paese. Ascoltiamo musica brasiliana e podcast in portoghese. Quindi viviamo in una specie di piccola bolla, il che non è necessariamente un bene, ma è così. La cosa interessante, però, è che nostro figlio maggiore è quello che porta la Spagna a casa nostra. È la nostra finestra sulla cultura spagnola.
Quali differenze riscontri tra l'essere genitori in Brasile e l'essere genitori qui in Spagna, a Pamplona? E come si conciliano questi due aspetti?
Penso che i Pamplonesi siano più severi con i loro figli. Molto premurosi, molto affettuosi, ma più rigorosi. Mentre in Brasile siamo più indulgenti...
Soprattutto con il più piccolo, devo prepararlo a vivere con gli spagnoli, seguendo il sistema spagnolo. Ma voglio davvero fargli conoscere entrambe le culture. Quindi trascorrerà un paio d'ore con gli insegnanti spagnoli all’asilo, con il loro modo di fare le cose. E quando tornerà a casa, parleremo portoghese e canteremo le nostre canzoni per bambini, e per me va benissimo. Penso che la nostra vita si arricchisca in questo modo.
Certo, mi piacerebbe integrarmi di più nella società spagnola, con gli abitanti del posto, ma lo trovo difficile. Ci sto provando in tutti i modi.
Cosa trovi difficile? Cosa pensi renda difficile l'integrazione nella società pamplonese?
Sono qui da quattro anni e ho ancora pochissimi amici pamplonesi. Non so, è difficile per me. Mi sento insicura nei miei rapporti con loro, non mi sento completamente capita a causa del mio spagnolo... Questo è sicuramente un punto dolente per me, non è facile.
Interessante... Pensi che ci sia un diverso livello di coinvolgimento in queste amicizie? Nel senso che forse tu hai più bisogno di queste amicizie rispetto alla controparte spagnola? Perché loro sono ben radicati, hanno più supporto, hanno una vita piena e tu sei un po' come un’amicizia accessoria, opzionale?
Sì, proprio così. Io sono disponibile tutti i fine settimana. Dato che non ho parenti qui, sono disponibile per colazioni, ‘brunch’ e pranzi di domenica.
Ma loro sono molto legati alla loro famiglia, ai loro "abuelos y abuelas", il che è bellissimo. Allo stesso tempo, però, sento che questo rende molto difficile trovare spazio per me.
Pensi che sarebbe la stessa cosa nella situazione contraria? Se tu fossi in Brasile e ci fossero persone di Pamplona che vivono lì cercando di entrare in contatto con te, pensi che incontrerebbero le stesse difficoltà? Perché tu saresti nel tuo ambiente, giocheresti in casa, giusto?
Ottima domanda…
E posso aggiungere qualcos'altro. Non è una situazione specifica di Pamplona, è qualcosa che accade generalmente quando ci sono nuovi arrivati in un luogo. C'è sempre più bisogno da parte di chi è nuovo e isolato.
Mi è difficile risponderti perché, avendo vissuto questa esperienza, non sarò mai più la stessa. Ora, ogni volta che vedo qualcuno che sembra venire da fuori, o che magari non sa parlare un portoghese perfetto in Brasile, cerco di aiutarlo.
Perché si acquisisce una nuova consapevolezza che prima non si aveva. Quindi a volte non possiamo nemmeno dire che si tratta di come sono le persone, ma di quali sono le loro esperienze e del fatto che non sono esposte a una certa situazione. A volte è difficile mettersi nei panni di qualcuno se non ci si sforza di farlo intenzionalmente.
Esattamente.
E credo che questo sia anche il motivo per cui sto realizzando queste interviste. Desidero offrire alle persone una piattaforma per parlare di sé, per sentirsi ascoltate e rappresentate, sia nelle loro difficoltà che nei loro momenti felici. Ma spero anche che chi legge o ascolta queste storie possa trovare la motivazione per tendere una mano quando se ne presenti l’occasione.
Sì.
A parte la nascita del bambino, qual è stata finora la parte più bella e gratificante della tua vita a Pamplona?
Oh, ci sono stati tanti, tantissimi momenti bellissimi, soprattutto grazie ai miei amici. Ho stretto delle amicizie meravigliose, davvero. Persone su cui posso contare, che risponderebbero alle mie chiamate nel cuore della notte.
Quindi, se dico "casa", cosa mi rispondi?
Direi la famiglia. Casa sono il mio cane, i miei figli, mio marito.
Questo significa che ti senti completamente a casa qui?
È una domanda difficile a cui rispondere. Credo di non essere mai stata al 100% da nessuna parte. Penso di essere sempre altrove con la mia mente.
Sei appena tornata da tre mesi trascorsi in Brasile e prima mi hai detto che è stato un periodo rigenerante... se te la senti di condividere, da cosa ti stavi riprendendo?
Beh, ho iniziato a sentire che sto abbandonando lo status di espatriata, di una persona che e’ qui temporaneamente, per diventare un immigrata, qualcuno che resterà qui a lungo termine. E questo sta lasciando un segno profondo. Provo molta tristezza, provo dolore; soprattutto dolore per la vita che non potrò vivere in Brasile. Da quando è nato il mio figlio più piccolo, ho sofferto per la mancanza della mia famiglia qui. Mi mancava la famiglia, mi mancava il clima mite, mi mancavano i miei amici, mi mancava mio padre, mia sorella. Mi mancano le persone.
E pensi che queste sensazioni siano collegate al crescere un neonato lontano dalla famiglia? Perché di solito, quando arriva un bambino, la maggior parte delle persone ha un po' di supporto familiare...
Sì, assolutamente. Quando è nato il mio primo figlio e sono tornata a casa dall'ospedale, c'erano circa 15 persone ad aspettarmi: zie, cugini, mia madre, mio padre, c'erano tutti.
Questa volta, quando siamo tornati a casa, eravamo solo noi, il nostro cane e il nostro figlio maggiore, che è tornato un po' più tardi perché era a scuola. Quindi è stata una giornata come tante.
E che sensazione hai provato?
È stato molto triste. Da una parte era straordinario perché si trattava di un miracolo, stavamo vivendo un miracolo, ma è stato anche molto difficile. È qualcosa che devo ancora digerire, integrare nella mia esperienza.
Ti è mai capitato di temere che i tuoi figli, crescendo, si sentano sempre divisi tra due culture, senza mai sentire un vero senso di appartenenza? Soprattutto ora che hai vissuto in prima persona questa esperienza.
Sì certamente, ci penso. Quando si cresce un figlio, ci si preoccupa di tante cose, e questa è una di quelle. Credo che la cosa che mi preoccupi di più sia che uno dei miei figli resti qui e io torni in Brasile, o viceversa. È la cosa peggiore che mi viene in mente quando ci penso, perché è qualcosa che potrebbe davvero accadere.
Sì, assolutamente, ho avuto la tua stessa preoccupazione. Ma la realtà è che, proprio come noi, i nostri figli hanno tutto il diritto di fare ciò che ritengono giusto per se stessi. Quindi potrebbe benissimo succedere che si allontanino da noi. In realtà, è probabile, purtroppo.
Secondo te, il senso di appartenenza riguarda più la cultura, la lingua o le relazioni?
È tutta una questione di relazioni. Il senso di appartenenza è una relazione. Parlarsi, ricevere o fare una telefonata, uscire a comprare il pane e parlare con le persone intorno a te. Il senso di appartenenza è sicuramente questo.
Quindi tu, dove senti di appartenere?
Oh mio Dio. Ho sempre cercato con tutte le mie forze di sentirmi parte di qualcosa, persino in Brasile. E ci sto provando anche qui, ma ho capito che devo fare pace con questa sensazione di non appartenenza. E va bene il non sentirsi completamente, al 100%, parte di qualcosa.
In quali momenti percepisci che la tua famiglia è parte integrante di Pamplona?
Quando camminiamo per strada. Pamplona è bellissima, è perfetta per girare a piedi ed è semplicemente un posto meraviglioso. Quindi, ogni volta che passeggiamo, ogni volta che andiamo al ‘Casco Viejo’, o quando guardiamo i fuochi d'artificio durante San Fermín, mangiando dei ‘pintxos’... Ogni volta che incontriamo i nostri amici, che siano brasiliani o stranieri, in quei momenti sento che siamo parte di qualcosa.
Quindi, quando condividi la vita con la gente del posto, in modo diretto o un po' più indiretto, è allora che senti un senso di appartenenza...
Sì, esattamente.
Hai mai sentito qualche generalizzazione o stereotipo riguardo ai brasiliani dalla gente del posto?
Sì, certo. In realtà, ogni volta che diciamo di essere brasiliani, la gente reagisce tipo: "Oh, brasiliani". Ed è strano quando lo dicono... ma i brasiliani possono avere qualsiasi tipo di apparenza..
Lo dicono perché siete chiari di carnagione…?
Sì, è un aspetto fisico che li sorprende. Una volta stavo ascoltando il tuo podcast e una delle tue ospiti ha detto di avere l'accento giusto. Beh, a volte ho la sensazione di avere l'accento sbagliato.
È forse perché, quando si pensa ai brasiliani, ci si aspetta che siano meno biondi, meno bianchi, forse meno istruiti...?
Esattamente. E questo mi dà davvero fastidio perché io sono una psicologa. Ho una laurea magistrale e una specializzazione…Sono un insegnante, un professore. Ho studenti, formo altri psicologi. Ho vissuto in molti paesi. Ma quando mi guardano, non credo che si rendano conto di tutto questo... Il che è difficile per me, perché quando sono in Brasile mi sento riconosciuta. Ma quando sono qui, sono solo una brasiliana.
E questo viene prima del tuo status e della tua istruzione…
Sì, esattamente. Credo che le persone completino le informazioni con ciò che sanno, o credono di sapere, sul Brasile... Ma il Brasile è enorme, ci si trova di tutto. Ci sono i migliori medici e i peggiori, il miglior sistema scolastico e il peggiore. Ma è difficile convincere le persone di questo. Quindi, in un certo senso, si perde la propria identità, se stessi. È difficile da accettare, perché passiamo tutta la vita a costruire la nostra identità: quella professionale, quella familiare… Siamo in continuo divenire.
E poi arriviamo qui, e siamo semplicemente brasiliani. E di questo, ripeto, sono davvero orgogliosa…Ma cosa intendono gli altri per ‘brasiliani’?
Molto interessante. Dato che hai menzionato di essere una psicologa, mi piacerebbe saperne di più. Pensi che la tua professione abbia influenzato il tuo approccio alla maternità? E se sì, l'ha resa più facile o più difficile?
Direi che essere una psicologa ha reso più difficile essere madre, perché pensi sempre alle conseguenze delle tue azioni. Ti chiedi continuamente se quello che stai facendo sia giusto o sbagliato, se stai agendo nel modo corretto o meno. Credo che ogni madre la pensi così, ma la mamma psicologa è un po' ossessiva perché pensa a tutto.
Avverti la pressione di dover essere più brava degli altri in quanto psicologa?
Sì, certo, sono sempre in allerta e consapevole di quello che sto facendo. Mio marito è ingegnere e noto quanto sia diverso per lui. Se le cose vanno bene, per lui va tutto bene. Altrimenti, cerca di trovare delle soluzioni. Io, invece, se le cose vanno bene, penso già al problema successivo, alla prossima sfida. Penso sempre al futuro.
Puoi farmi un esempio?
Ad esempio, nostro figlio adolescente a scuola… Se le cose vanno bene, mi chiedo se non vorrà più tornare in Brasile. O al contrario se si trova molto bene qui, forse è perché gli mancava qualcosa lì e quindi non ci vuole più tornare...
E il piccolo?
Con il più piccolo pensiamo sempre: "Oh, con il secondo è tutto molto più semplice". E alla mia età, è fantastico che sia tutto tanto più facile. Ma penso sempre a come verrà trattato all'asilo nido e a come questo condizionerà il suo sviluppo. Ad esempio, lo sviluppo del linguaggio, perché imparerà il portoghese, lo spagnolo e l'euskera allo stesso tempo. Come ne sarà influenzato?
E in qualità di psicologa, oltre a sollevare questi interrogativi, ti dai anche delle risposte o delle strategie per placare queste paure? Come le gestisci?
Ho un mio terapeuta personale.
Quindi anche gli psicologi si fanno aiutare?
Oh, sì. È molto, molto importante. Il bello di essere psicologa e di crescere un figlio è che hai modo di trovare informazioni. Quindi ho degli amici, ho dei libri, so dove cercare ogni volta che ho bisogno di aiuto per capire cosa sta succedendo. Alcuni dei miei amici sono terapeuti infantili e mi aiutano ogni volta che ne ho bisogno.
Bisogna cercare aiuto ovunque sia possibile trovarlo…
Sì, esattamente.
È una scelta molto saggia… Ti capita mai di notare una certa tensione tra le tue conoscenze professionali e la tua esperienza emotiva di madre? In altre parole, Desirée la psicologa si trova mai in disaccordo con Desirée la mamma?
Molto spesso. Desirée la psicologa ha la smania di fare tutto nel modo giusto. Ad esempio, nell'anno passato non sono riuscita a cenare con il mio figlio maggiore perché ero sempre impegnata col piccolino. Quindi Desirée, la mamma, diceva: "Oh, va bene, è normale essere molto impegnati in questo periodo della vita del bambino". Ma Desirée la psicologa diceva: "Certo, ma è anche molto importante che l'adolescente condivida un pasto con la famiglia, in modo tranquillo e con tempo a disposizione per parlare dei suoi problemi, della sua giornata". Quindi c'è una sorta di conflitto. Perché continuo a pensare: cosa è meglio per il maggiore, e per il piccolino? E cosa posso fare per migliorare le loro vite? Ma d'altra parte, la psicologia mi insegna anche molta autocompassione.
Essere generosi con se stessi, giusto?
Sì, a non essere troppo dura con me stessa. Parlo molto con il grande e gli dico di avere pazienza, perché questo è un periodo davvero unico della nostra vita. Questo primo anno di vita è molto particolare e impegnativo. Ma d'altra parte, so che è molto importante per noi come famiglia e per mio figlio maggiore, perché gli permette di sviluppare la sua indipendenza, di ampliare la sua visione della vita e di capire che non tutto ruota intorno a lui.
Si è adattato bene al ruolo di fratello maggiore? Lo ha accettato?
Di sicuro, ho notato che sta crescendo sempre di più in questo ruolo, si sente più a suo agio con un bambino per casa, e con il fatto che non gli stiamo più tanto addosso come prima. Quindi gli ha fatto bene, è maturato molto.
Secondo te, di quale tipo di supporto emotivo potrebbe beneficiare un bambino che cresce tra due culture? Per tutti questi anni, io mi sono lasciata guidare dall'istinto e, finché li vedevo felici e sereni, pensavo che tutto andasse bene. Ma ora che sono più grandi, mi pongo qualche domanda in più, soprattutto sul fatto che non so se il loro senso di appartenenza si sia sviluppato appieno o nel modo più sano possibile. Cosa ne pensi? Come possono i genitori aiutare i figli a formare un'identità stabile quando crescono in contesti culturali diversi?
L'identità è un concetto molto interessante in psicologia perché si forma in diversi modi. Abbiamo l'identità culturale, l'identità fisica, l'identità familiare. Non siamo un unico io, siamo molti io... Di conseguenza il nostro io è fortemente dipendente dal contesto. E penso che forse siamo un po' troppo perfezionisti quando diciamo di non aver aiutato i nostri figli a sviluppare un forte senso di appartenenza e di identità in una cultura o nell'altra... Ci sono molti modi per sviluppare queste identità, inclusa l'identità di me che vivo in culture diverse. C'è qualcosa dentro di noi, c'è un io che osserva e sa che siamo ancora la stessa persona che vive in Spagna, che vive in Italia, che vive in Brasile, che può vivere in molti posti. Ma sono sempre io che vivo e osservo tutte queste esperienze.
Quindi queste diverse identità possono coesistere in armonia?
Certo che sì. Un modo per sviluppare un'identità equilibrata, un sé sano, è capire che l'identità è dinamica, in continua evoluzione. L'identità non è fissa. A volte si vive un aspetto di sé in un luogo, e poi si vive un altro aspetto di sé in un luogo diverso.
Tutti questi aspetti ti rappresentano, ed è normale dedicare più tempo a uno e meno all'altro. Ad esempio, ora vivo la maternità con maggiore intensità, ma nei dieci anni precedenti ho vissuto la mia vita professionale con più energia. Entrambe queste identità mi definiscono.
Ascoltarti è molto terapeutico per me, perché ho avuto difficoltà a questo riguardo. E probabilmente è uno dei motivi per cui è nato questo progetto, cercavo di fare chiarezza.
Quindi, che tipo di consiglio daresti a chi si trova a crescere figli in una cultura diversa dalla propria?
Non affrontare tutto da soli. Cercare il contatto con altri genitori. Prendere un caffè con altre mamme, organizzare incontri di gioco, creare un gruppo e parlare. La maternità non dovrebbe mai essere un'esperienza solitaria. Dobbiamo costruire la nostra rete di supporto, quindi costruiamola!
Penso che sia particolarmente difficile perché, quando si vive all'estero, i genitori devono diventare molto estroversi. Devono entrare in contatto con le famiglie del posto e parlare la lingua locale. Dobbiamo parlare un po' di spagnolo per costruire un ponte tra i nostri figli e gli altri. Questo è molto difficile per molte famiglie straniere, perché richiede uscire dalla propria bolla e non sempre viene naturale.
Hai ragione, non è sempre una cosa naturale, uscire dalla propria zona di comfort può far paura. Hai anche tu qualche timore in proposito?
Beh, vivere all'estero mi fa provare paura all'idea di essere dimenticata. Temo di essere dimenticata come psicologa esperta. Ho paura di dimenticare alcuni dei miei carissimi amici in Brasile, di dimenticare di chiamarli o dedicare loro del tempo. Ho paura che la nostra amicizia si indebolisca sempre di più. Mi spaventa l’idea di sentirmi sola invecchiando, ho paura di invecchiare qui in Spagna.
Pensi che avresti la stessa paura di invecchiare se fossi in Brasile? O credi che qui sia amplificata?
Qui è maggiore, amplificata dalla solitudine.
Si torna sempre alla stessa cosa. Connessione e supporto, circondarsi di persone che possano diventare la tua famiglia e la tua forza…
Esattamente.
Sapendo quello che sai ora, lo rifaresti? Ti trasferiresti con tuo adolescente dall'altra parte del mondo e avresti nuovamente un bambino lontano dal sostegno della tua famiglia?
Ho pensato molto a questo, se lo rifarei... E sì, credo che proprio di sì. Soprattutto perché non avrei mai avuto mio figlio se fossimo rimasti in Brasile. Le cose succedono come devono. Mi piace pensare che non abbiamo poi così tanto controllo sulla nostra vita, crediamo di averlo ma non è così.
Bene, grazie Desirée. È stato molto piacevole, come sospettavo sarebbe stato. Mi è piaciuto molto approfondire l'aspetto della maternità e dell'educazione dei figli in contesti culturali diversi, perché ha rappresentato una parte fondamentale della mia vita. Penso davvero che la tua intervista sarà utile a molti genitori, è stata molto illuminante. Grazie mille.