DALLA PUGLIA AL NORD DELLA SPAGNA:

UNA VITA AL SERVIZIO DEGLI ITALIANI ALL’ESTERO

In questo incontro, la Console Onoraria Luciana Schiavarelli ripercorre un percorso nato dall’amore e trasformato, nel tempo, in una missione culturale e civile tra Italia e Spagna. Insegnante di italiano, fondatrice di un’associazione culturale e figura istituzionale, Luciana racconta una vita costruita sull’ascolto, sull’impegno volontario e su un’idea concreta di comunità che si rinnova ogni giorno.


La nostra conversazione si svolge nel piccolo ufficio del Consolato Italiano di Pamplona, dove il tempo del lavoro sembra non conoscere davvero una fine: anche a orario concluso, il telefono continua a squillare, come a ricordare che le esigenze e le necessità degli Italiani all'estero non si esauriscono mai. Tra ricordi personali e riflessioni, abbiamo parlato di emigrazione, di identità e senso di appartenenza, ma anche della fatica e della bellezza di vivere lontano dalla propria terra.

Console Onorario Luciana Schiavarelli, buongiorno. Mi racconta qualcosa del suo percorso personale e di cosa l'ha portata a vivere per tanti anni in questa parte della Spagna?

Io sono venuta in Spagna nell'86 per un motivo bellissimo, l'amore. Ho conosciuto uno spagnolo in Svizzera mentre facevo un lavoro per studenti, e non appena finiti gli studi mi sono sposata ed è cominciata la mia avventura in Spagna.

In Spagna dal 1986, quindi parliamo di quarant'anni fa…

A quell'epoca non c'erano molti italiani, eravamo mosche bianche. Ed essendo gli spagnoli molto entusiasti dell'Italia, tutti volevano raccontarmi la loro avventura nel nostro Paese, dove erano stati e cosa avevano fatto. Mi emozionavo ascoltando le loro storie e ognuna la ascoltavo come se fosse la prima. Da allora ne conto migliaia e continuo ancora oggi ad ascoltarne di nuove. E sai perché? Perché per me è molto importante che una persona visiti il mio paese e poi ne parli con entusiasmo: è motivo di orgoglio ed è la ragione per cui, alla fine, sono arrivata ad accettare l'incarico di Console Onorario. Diciamo che il mio hobby è il mio amore per l'Italia. E nonostante qua mi senta come a casa, ho sempre intrapreso attività riguardanti l'Italia, promuovendone la cultura. Quando un ambasciatore visitò la nostra zona e conobbe l'ambiente che avevo creato, con l’associazione e le varie esposizioni, mi chiese di accettare l'incarico di Console Onorario. Ci ho pensato molto, perché anche se non tutti lo sanno, questo è un lavoro volontario. Lo facciamo per amor di patria e dei nostri connazionali, ma non riceviamo alcuna remunerazione in cambio. Ma alla fine ho accettato e, naturalmente, ne sono orgogliosa.

Che tipo di soddisfazioni le dà questo ruolo?

Sono soprattutto soddisfazioni morali, come per esempio aiutare persone in difficoltà. A volte ci sono casi difficili da risolvere, molte situazioni complicate e a me piace parlare con la gente, sentire le loro storie, incluse quelle dei nuovi italiani che vengono dal Nord e dal Sud America. Io non dimentico mai che l'Italia è un paese di emigranti.

Noi non lo dimentichiamo mai. Magari qualcuno in Italia si, ma noi no.

Se l'Italia in una certa epoca è potuta risorgere è stato anche grazie ai contributi che gli italiani emigrati mandavano a casa. E questo è molto importante. Io, tra l'altro, durante la mia adolescenza, facevo parte di una compagnia teatrale e andavo in tournée in vari paesi europei, con il supporto delle ambasciate italiane che volevano aiutare i connazionali a sentirsi meno isolati. Negli anni ‘70 e ‘80 era complicato viaggiare, molti non avevano la possibilità di tornare in Italia spesso. Ho conosciuto di prima mano le comunità di emigranti e, quando ci ricevevano, erano emozionati; a volte ci abbracciavano piangendo. Fu allora che decisi che, se un giorno avessi potuto fare qualcosa per gli italiani all’estero, lo avrei fatto.

E ha mantenuto la parola. Che tipo di consiglio si sentirebbe di dare agli italiani che vogliono trasferirsi, soprattutto ai tanti giovani?

La Spagna accoglie a braccia aperte, soprattutto gli europei e gli italiani in particolar modo, perché la popolazione spagnola ama moltissimo gli italiani. Ma il mio consiglio, prima di avventurarsi, sarebbe di cercare un punto d'appoggio.

Quali stereotipi sugli italiani la infastidiscono? E perché pensa sia importante correggerli?

Io vengo dal sud Italia e ne sono orgogliosa. Ma spesso dirlo fa sì che la gente associ immediatamente il Meridione alla camorra o alla mafia, e questo mi infastidisce terribilmente. Una quindicina di anni fa, in Spagna, cominciò a diffondersi una catena di ristoranti chiamati “La Mafia se sienta a la mesa”. Io ho lottato moltissimo contro questa catena proprio per la scelta del nome.

Ce n'è uno qui a Pamplona e non ci sono mai entrata. Ricordo la prima volta che ci sono passata davanti e mi sono chiesta "Ma perché?"

Appunto. Io scrissi anche al Corriere della Sera e una deputata se ne interessò perché molti italiani ne erano rimasti infastiditi. Nella città dove vivo, non so se per le mie critiche, il ristorante finì col chiudere. Io spiegai ai miei alunni di italiano la ragione della mia rabbia facendo dei parallelismi: “Come vi sentireste se io in Italia aprissi un ristorante con il nome “ ETA se sienta a la mesa?” E molti di loro si resero conto che non era cosa da prendere alla leggera. Io credo che forse i film sulla Mafia abbiano fatto danni, perché a volte idealizzano ciò che non andrebbe idealizzato, trasformando dei delinquenti in eroi. Molti mafiosi italiani si rifugiano nel sud della Spagna, ma dato che c'è moltissima collaborazione a livello istituzionale tra la polizia italiana e quella spagnola, vengono subito presi. E questo mi fa piacere. Perché l'Europa molte volte non la vediamo, però a livello di collaborazioni istituzionali c'è e si vede.

Negli ultimi anni, inoltre, la collaborazione si è rafforzata. Quando a Pamplona c'è San Fermin, la polizia italiana viene ad aiutare quella spagnola in caso di reati. Io ho dovuto ricorrere a loro molte volte, per esempio se qualche italiano veniva derubato. Contatto la polizia, loro mi mettono in contatto con i poliziotti italiani, che ovviamente parlano la lingua, e li aiutano, per esempio, a fare i documenti. C'è molta collaborazione a questo livello. E poi, sul Cammino di Santiago, ci sono anche i Carabinieri lungo il tragitto. Aiutano i pellegrini in difficoltà, sia per motivi di salute, sia per problemi con i documenti. Sono a disposizione per qualsiasi emergenza. 

Come è cambiato il suo rapporto con l'Italia in questi 40 anni?

Sono contenta di vivere all'estero, perché pur sapendo che ci sono cose che potrebbero essere cambiate, ho un rapporto d'amore con l’Italia, nel senso che ritorno come turista e vedo solo la parte migliore. Tutti gli anni le mie vacanze le trascorro in Italia, è la mia dose di terra natia.

Però quando sento storie di giovani o di famiglie intere, che vengono in Spagna per cercare lavoro, mi duole. Ma è possibile che per così tanti in Italia non ci sia uno sbocco lavorativo?

Che differenze ci sono tra gli italiani che emigravano trenta, quarant’anni fa e quelli che lo fanno oggi? Partono con uno stato d’animo diverso, sono più preparati, più ambiziosi o più disillusi? 

Queste zone sono molto sviluppate, un po’ come se fosse la Svizzera spagnola. C’è un certo benessere e sono proprio le comunità autonome che più aiutano gli stranieri in difficoltà. Non lasciano nessuno da solo. Io ho avuto molti casi in cui tanto il governo di Navarra come quello della Rioja hanno prestato ausilio. Spesso ricevo chiamate da centri di accoglienza dove hanno accolto un italiano che viveva solo, in difficoltà o che aveva problemi di salute. Ci sono stati casi in cui hanno pagato il documento italiano, stiamo parlando di passaporti di 116 euro. Se ne fanno carico perché siamo in Europa, ma anche perché c'è umanità e un'amministrazione che funziona. E questo attrae molti italiani. Molte aziende italiane si stanno installando in Spagna perché c'è meno burocrazia, più efficienza e perché dalla Spagna si raggiungono facilmente altre aree. Anche dal punto di vista commerciale, in tutti i settori, c'è una grande collaborazione tra Italia e Spagna. Spesso vengo contattata da ditte che cercano cittadini italiani e hanno difficoltà a trovarli. 

Nella Spagna settentrionale ci sono molti italiani già da diverse generazioni. Negli anni della guerra civile spagnola i soldati italiani, a volte tratti in inganno, vennero a combattere qua. Pensavano di andare a coltivare terre in Africa e invece si ritrovarono in Spagna coinvolti nel conflitto. 

Un’altra ondata di immigrazione coincide con la diffusione del programma Erasmus. Sono arrivati moltissimi giovani che hanno conosciuto l'amore e sono rimasti, ed avendo una certa formazione si sono introdotti senza problema nel tessuto sociale della Navarra e della Rioja. E poi, da alcuni anni a questa parte, ad esempio a San Sebastian, arrivano ricercatori italiani; uomini e donne che hanno trovato qui terreno fertile per investigare perché la ricerca in Italia non paga.

In generale l'emigrazione italiana nel nord della Spagna è un po' diversa da quella del sud dove moltissimi, giovani e non, vengono con l'idea di aprire un ristorante. Molte volte sono coppie miste ma la maggior parte sono famiglie intere di italiani ad aprire un'attività commerciale.

Infine, nelle isole Canarie, abbondano i pensionati perché con la pensione che si percepisce dall'Italia lì si fa una bella vita e l'assistenza sanitaria è ottima.

Quindi la parte di lei che è diventata spagnola è probabilmente orgogliosa delle opportunità che questa terra offre ai nostri connazionali, ma come italiana, non le fa un po' tristezza? Questa accoglienza e questa prosperità fanno piacere però, se pensiamo che molte persone sono costrette a fare queste scelte, resta un po’ di amarezza…

L'immigrazione è bella quando viene fatta per una propria scelta di vita: se sei pensionato e vuoi vivere in un paese caldo e con un regime fiscale favorevole, o per amore. L'immigrazione è triste quando non si vuole andar via e lo si fa per motivi economici. Ecco, questo mi intristisce, soprattutto perché per stabilirsi in un nuovo posto si paga un prezzo molto alto, e l'integrazione si fa più difficile. 

Ma rispetto al passato, pensa che questa sfiducia degli italiani nel futuro sia più forte?

Oggi è sicuramente più forte, perché un tempo non erano intere famiglie italiane a trasferirsi stabilmente in Spagna. Adesso invece succede sempre più spesso, e l’aspetto più triste è vedere famiglie con figli che non riescono più a trovare in Italia una prospettiva di vita e di futuro. E se uno è scontento della propria situazione, pur vivendo meglio qui, non vive bene.

E’ esattamente questo il motivo per cui anni fa fondai l’associazione italiana, ‘Due passi’, per creare comunità. Anche perché noi italiani, integrandoci bene nella società, tendiamo a passare inosservati, ma la necessità di trovare una comunità rimane. Prima era diverso: un italiano che migrava in Germania o in Svizzera, racimolava i soldi necessari per farsi una casetta in Italia, e una volta in pensione ci ritornava. Adesso la mentalità è cambiata: dopo aver passato tutta una vita in un paese, vi apparteniamo. Io, ad esempio, ho costruito la mia vita qui. Pur amando moltissimo l’Italia, infatti dico sempre che il mio sangue è tricolore, non sento l’esigenza di tornare a viverci. Quando ci vado in vacanza, vedo che ognuno ha fatto la propria vita, si è costruito una famiglia; ognuno di noi ha fatto il proprio percorso e già dopo qualche giorno, una volta incontrati amici e parenti, ti rendi conto di non avere più molto in comune…

Perché non si è gli stessi di quando si è partiti.

Si diventa cittadini del mondo, perché non apparteniamo più al 100%; io in Italia sono la spagnola, e qui in Spagna sono l'italiana. Ma anche questo ha il suo fascino. 

Vorrei soffermarmi un attimo sui fattori che influiscono sull’integrazione degli immigrati; per esempio, in che modo le associazioni culturali supportano i nuovi arrivati e come contribuiscono a un dialogo interculturale tra Italia e Spagna?

Dipende molto dalle associazioni. Anni fa non c'erano molte associazioni italiane, ultimamente è un fiorire di associazioni regionali: a Madrid ce ne sono di ogni regione. A me dà un po' fastidio: spesso queste scelte sono legate a ragioni molto precise, come le sovvenzioni che alcune regioni destinano ad associazioni di tipo regionale. Io invece credo in un’Italia unita, dove la provenienza di ognuno non dovrebbe avere importanza.

La mia associazione è inclusiva, aperta non solo agli italiani nati in Italia, ma anche a quelli che vengono da ogni parte del mondo. E’ un'associazione culturale e il mio obiettivo non è diffondere la cultura italiana con prepotenza ma farla conoscere in relazione a quella spagnola. Per me questo aspetto è fondamentale.

Perché così si contribuisce ad un dialogo interculturale, altrimenti si crea un'isola.

Sì, e io sono sempre alla ricerca di un punto di incontro, e non di chi, tra italiani e spagnoli, sia il migliore. Infatti credo moltissimo nei gemellaggi, perché accentuano quello che abbiamo in comune e non quello che ci differenzia.

Abbiamo tanti aspetti della storia in comune, la cultura Spagnola ha lasciato ampie tracce in Italia.

Ad esempio, il mio dialetto è pieno di spagnolismi, come la parola sarmiento che nel mio dialetto si dice sarmint, e ce ne sono tantissime altre. Oppure il fatto che in Sardegna, nella zona di Alghero, si parli ancora catalano. O ancora, il famoso bizcocho spagnolo che in italiano si chiama Pan di Spagna. Nella mia professione di insegnante d'italiano condivido spesso questi esempi con gli alunni.

Non ci avevo mai pensato!

Ci sono diverse teorie, una dice che los tercios españoles - infantería professionale-  portavano con sé un pane gustoso e leggero che non diventava mai duro. Qualunque sia stata l'origine, o la leggenda, ha a che fare con la Spagna e cosí lo ricordiamo. Italia e Spagna hanno in comune molto più di quanto le divida, e io sono sempre alla ricerca di queste affinità.

Io prediligo questo approccio, in cui, mettendo due culture a confronto, si parte da ciò  che hanno in comune. Perché nel riconoscere le somiglianze, ci si ritrova, le difese si abbassano e crea una base di fiducia. Da li’ è poi più facile parlare delle differenze e di ciò che ci separa...

Parliamo ora degli italiani a Pamplona: cosa fanno e quali sono le loro esigenze?

A Pamplona la situazione è piuttosto complessa. Sono socia onoraria dell’associazione ‘Italiruña’ e mi piacerebbe poter fare di più con loro, ma molto dipende anche dalla collaborazione a livello istituzionale. Quando, ad esempio, devo chiedere uno spazio per un’esposizione a Pamplona, spesso si apre la disponibilità, ma non sempre è semplice: se un’iniziativa non ha un legame diretto con il territorio navarro, diventa più difficile portarla avanti, e questo rappresenta un limite.

Abbiamo comunque realizzato alcune attività, sempre però in collaborazione con associazioni locali. Per esempio, anni fa abbiamo partecipato al festival Pamplona Negra, portando scrittori italiani. Era ancora il periodo del Covid, ma siamo riusciti comunque a organizzarlo, coinvolgendo l’Istituto Italiano di Cultura e realizzando esposizioni in diversi centri, sempre però in rete con realtà del territorio: da soli è complicato.

Portare avanti un’associazione richiede tempo ed energia, non solo per le attività culturali ma anche per tutta la parte burocratica. Io ho il vantaggio che i miei figli sono grandi e posso dedicare molto tempo al Consolato e all’associazione, ma non è la norma. Inoltre, senza entrare troppo nel merito politico, bisogna dire che alcune amministrazioni sono più aperte e collaborative di altre, mentre in certi casi prevale una visione più chiusa o molto legata al locale. Nonostante tutto però l'Italia, a poco a poco, si sta facendo strada.

Quali delle tradizioni o dei valori italiani, magari pugliesi, con cui è cresciuta, sente ancora presenti nella vita quotidiana?

Tutti. Io vivo qua come se fossi in Italia, in casa mia si ascolta la RAI o, ad esempio, faccio parte di una giuria letteraria per case editrici pugliesi. Oppure, quando facciamo corso di cucina con l'associazione, molte spesso prepariamo piatti pugliesi.

Io devo molto alla Puglia, anche perché fu grazie a un'esposizione sulla Puglia nel 2014, che cominciò la storia della nostra associazione. Io avevo scritto a tutte le regioni italiane, a tutte le amministrazioni, perché volevo fare un'esposizione sull'Italia sconosciuta, inedita. L'unica a rispondermi fu la Puglia, che all'epoca cominciava a intravedere il potenziale del turismo. Navigando su internet, trovavo delle foto, ne cercavo l'autore, mi ci mettevo in contatto. Moltissimi di loro mi mandarono foto proprie di paesaggi sconosciuti. All'epoca, mi ricordo, si cominciavano a fare le prime foto con droni, e ce ne sono di bellissime. La Puglia poi mi mandò cartine e del materiale  pubblicitario e venne moltissima gente. Si avvicinarono moltissimi italiani e cominciammo con qualche aperitivo, finché arrivammo all’idea di creare un'associazione culturale italiana con fini benefici. Il primo anno cominciammo con la tombola italiana, poi con la Befana per i bambini di una casa di accoglienza, e da allora, ogni anno il mio ufficio si trasforma nella casa della Befana per bambini spagnoli e italiani.

Quando arrivò il nuovo ambasciatore, ci presentammo come associazione e lui, incuriosito, volle visitare la zona della Rioja. Con pochissimo preavviso, e con l’aiuto di soci e collaboratori, allestimmo una mostra sulle donne che avevano fatto la storia in Italia. Durante la preparazione della mostra scoprii che una nipote di Maria Montessori aveva vissuto in un paesino della Rioja. Entrata in contatto con il nipote, riuscii a farmi raccontare degli aneddoti che arricchirono ulteriormente l’esposizione. A volte si fanno queste scoperte per caso, ed è bello vedere emergere questi legami tra l’Italia e la Spagna.

Secondo lei cosa si potrebbe fare per creare una rete più efficace tra il Consolato, le associazioni culturali italiane del territorio e le realtà locali? Anche per coinvolgere un numero maggiore di italiani, perché ho l’impressione che molte di queste attività e iniziative non riescano ancora a raggiungere tutti.

Allora, il governo italiano ha istituito i Comites, che in teoria dovrebbero essere gli organismi eletti dagli italiani all’estero per rappresentare tutta la comunità. Io, come console, rappresento l’amministrazione; i Comites, invece, dovrebbero rappresentare gli italiani. Il problema è che questi Comites si trovano a Madrid. Tutto è centralizzato e noi che abitiamo nelle zone periferiche della Spagna riceviamo poche informazioni e siamo tagliati fuori dalla maggior parte delle iniziative culturali. Io ne ho parlato molte volte tanto con loro, quanto con il primo ambasciatore, colui che mi nominò console. Me ne sono lamentata moltissimo perché veniamo trattati come italiani di serie B, mentre siamo italiani a pieno diritto. Io nel mio piccolo cerco sempre di informare, mi sono iscritta a vari gruppi di Facebook, ho stabilito contatti con altre associazioni e a volte collaboriamo, ma purtroppo la rete di informazione è limitata. Per esempio, gli italiani hanno spesso bisogno di supporto nella gestione di diverse pratiche, come pensioni, certificati e altre questioni amministrative. A Madrid esistono i patronati che svolgono proprio questa funzione, mentre nella nostra zona no. Così qualche tempo fa ho chiesto ad una persona con cui collaboro di fare una riunione con la comunità italiana per spiegare il tema delle pensioni, dell'INPS, eccetera. Ha accettato e in collegamento via streaming ha partecipato anche un'associazione di San Sebastian. Però rimane un sistema limitato, perché chi non ha accesso alle reti sociali rischia di rimanere completamente escluso. 

Ci sarebbe bisogno di più persone a supporto di queste iniziative.

Per me l’ideale sarebbe creare una rete tra associazioni, ma diversa da quella dei Comites, che oggi si concentrano soprattutto su Madrid, Barcellona e le Canarie, perché rappresentano principalmente gli italiani delle grandi città e manca una presenza capillare sul territorio. Per questo credo che l’unica strada possibile sia una collaborazione concreta tra le associazioni italiane della nostra area, così che ciascuna possa aiutare a diffondere informazioni ai propri soci.

Lei svolge due ruoli distinti: guida l’associazione “Due Passi” a Logroño e ricopre anche l’incarico di Console Onorario. Le capita mai che queste due funzioni si sovrappongano o entrino in qualche modo in conflitto?

A volte, in maniera informale, persone commentano cose che sarebbe meglio non ascoltassi…per esempio che non si sono registrate all’AIRE. Allora ricordo loro che sono un pubblico ufficiale e che è meglio che si astengano dal parlare in mia presenza di irregolarità che ovviamente non potrei ignorare.

Detto questo, uno dei motivi per cui ho accettato la carica di Console Onorario è stato perché mi si potevano aprire più porte. Chiedere come presidente di un'associazione è un conto, ma nel mio ruolo istituzionale ricevo più collaborazione dalle diverse amministrazioni. Inoltre, attraverso il Consolato, mi arrivano anche offerte culturali grazie alle quali posso offrire di più. 

Per esempio, il 29 Aprile nella Casa della Donna di Pamplona, sono stati proiettati due documentari, prodotti dall’associazione sarda Cittadini del Mondo, ‘Dall'est con amore’ e ‘Donne in avanti’. Sono documentari che parlano dell'immigrazione al femminile e il motivo per cui è stato possibile proiettarli è proprio il fatto che mi avevano contattato in Consolato. 

Qual è stato il momento più significativo del suo percorso come Console Onorario?

Ce ne sono molti. Io non avevo mai lontanamente pensato che un giorno avrei potuto ricoprire questo ruolo. Uno dei momenti più emozionanti è stato quello del giuramento. Era presente l’ambasciatore e mi aveva accompagnata anche mio marito. Vedere la gioia della mia famiglia mentre pronunciavo il giuramento è stato davvero un momento molto bello. Quando mi arrivò la proposta dell'ambasciatore, ci pensai molto bene perché ci sono onori, ma anche oneri. Io avevo dei dubbi, ma la mia famiglia no. Dicevo loro che ci sarebbero state delle spese e che non volevo sottrarre nulla a loro, ma mio marito rispose che questo ruolo era fatto per me: era quello che avevo sempre fatto con la differenza che adesso avrei avuto un riconoscimento ufficiale, sebbene non economico. 

Un altro momento significativo è stato quando un mio professore delle scuole medie, che tra l'altro era il direttore della compagnia teatrale con cui ho girato parte dell'Europa, scrisse un bellissimo articolo su di me, pubblicato in Italia. Raccontava il mio percorso in Spagna fino ad arrivare a ricevere l'onorificenza di “Cavaliere dell'Ordine della Stella d'Italia”, conferitomi dall’ambasciatore per il lavoro a favore della cultura italiana, e soprattutto perché lo avevo sempre svolto per passione, senza aspettarmi niente in cambio. Poi mi sono arrivati altri riconoscimenti che non mi aspettavo, che mi hanno sorpreso moltissimo: quello di cavaliere e successivamente quello di ufficiale. Ne sono stata felice ma non per me, bensì per tutti coloro che hanno creduto in me, come la mia famiglia, o il mio professore. Vedere l’orgoglio negli occhi delle persone che mi sono care è ciò che più mi rende più felice. Io faccio ciò che faccio per la passione verso il mio Paese. Che poi te lo riconoscano, è qualcosa in più.

Però è bello, perché dà la misura di quello che si è fatto.

Sì, anche se io credo che quando una cosa ti piace e sei capace di farla, bisogna farla. Se puoi aiutare qualcuno, devi farlo. È l’educazione che ho ricevuto ed è il motivo per cui vado avanti ogni giorno, con emozione ed entusiasmo.